LA PARTECIPAZIONE DEI FIGLI AGLI INCONTRI DI MEDIAZIONE FAMILIARE

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LA PARTECIPAZIONE DEI FIGLI AGLI INCONTRI DI MEDIAZIONE FAMILIARE

Per quanto riguarda la partecipazione dei bambini, figli minori, alla mediazione familiare, alcuni lo ritengono inutile, perché sarebbero ulteriormente coinvolti nei problemi dei genitori, altri lo ritengono opportuno permettendo loro di intervenire attivamente sul processo di cambiamento delle relazioni familiari, con comunicazione diretta dei loro vissuti e bisogni.

La tendenza è quella di ritenere più opportuno lavorare in mediazione con i soli genitori preferendo, alla presenza fisica dei figli, una loro evocazione simbolica, lavorando attraverso la narrazione e le rappresentazioni dei figli nei due genitori.
La loro partecipazione li graverebbe di responsabilità che competono agli adulti.

A mio parere è consigliabile non assumere posizioni in modo rigido, ma nelle singole situazioni essere aperti ai bisogni ed alle richieste dei figli circa la possibilità di una loro eventuale convocazione.

Solitamente, per i figli parlare con un estraneo è causa di ansia, nel timore di dire qualcosa che turberà uno o entrambi i genitori, oppure può accadere di allinearsi con un genitore.
E’ necessario che il mediatore sia consapevole del fatto che i bambini possono non essere in grado di esprimere le proprie paure e bisogni e può aiutarli a spiegare le loro preoccupazioni ai genitori e questo può liberarli da alcuni dei loro motivi di ansietà.
Esistono anche situazioni in cui il figlio ha necessità di riconciliarsi con il genitore con cui ha avuto dei malintesi.
Coinvolgere i figli in mediazione può renderli più consapevoli e fiduciosi inoltre ci sono casi in cui sono proprio i bambini a chiedere aiuto al mediatore familiare per far sapere e spiegare qualcosa ad i propri genitori.

Come ha sottolineato Saposnek (Cfr. D. SAPOSNEK, The value of children in mediation: A cross-cultural perspective, “Mediation Quarterly”, vol.8, n.4, pp. 325-342, 1991), esiste una vasta gamma di opinioni al riguardo:
alcuni mediatori preferiscono non far partecipare i figli, in quanto minerebbe l’autorità dei genitori e la loro capacità decisionale;
altri investono maggiormente sui bisogni dei figli ritenendo utile un loro coinvolgimento in quanto sono i primi ad essere consapevoli di quanto sta avvenendo fra i genitori. Necessaria una pianificazione attenta riguardo al modo di coinvolgerli e agli obiettivi nel farlo. Deve esserci assenso dei genitori, chiarezza riguardo al ruolo del mediatore e riguardo al grado di riservatezza garantito, oltre al consenso consapevole da parte del figlio.
Inoltre il mediatore deve avere preparazione, abilità ed esperienza nel comunicare con i minori (Cfr. L. PARKINSON, La mediazione familiare, Erickson, 2003, 198).

A questo proposito è importante ricordare l’art. 13 della Convenzione di Strasburgo che invita gli Stati aderenti a promuovere la mediazione familiare allo scopo di evitare il ricorso alle procedure giudiziarie in cui possono essere coinvolti i fanciulli.
Questa disposizione sembra affermare che la mediazione familiare è prevista prevalentemente nell’interesse del minore. Il tentativo è quello di umanizzare le controversie familiari e di individuare delle vie che possono aiutare i genitori, quando vi è conflitto tra loro, a comprendere quanto sia produttivo per i genitori e per i figli un dialogo costruttivo al di fuori delle aule giudiziarie.

Il lavoro del mediatore familiare dovrebbe portare ad una scissione della coppia coniugale dalla coppia genitoriale, che deve comunque sopravvivere nell’interesse dei figli. L’obiettivo è quello di salvaguardare le esigenze affettive dei figli, non riunire la coppia in crisi la cui separazione viene data come un dato di fatto, ma separati come coppia uniti come papà e mamma.

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A presto!

Olga Frassetti

Mediatore Familiare A.I.Me.F.

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