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PNL 23° I metaprogrammi

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I METAPROGRAMMI
Cosa sono: sono i filtri attraverso i quali percepiamo la realtà.
Schemi che utilizziamo in maniera preferenziale ed inconsapevole nel processare le informazioni.

A cosa servono: servono a capire a cosa ed in che modo si presta attenzione riguardo ad una esperienza.
Conoscere i metaprogrammi del nostro interlocutore ci permette di parlargli usando lo stesso linguaggio, di capire e di essere capiti più facilmente, di sapere a che cosa egli presta attenzione, di creare maggiore sintonia.
Noi operiamo sulla base di schemi di cui non siamo consapevoli.
Conoscere i metaprogrammi ed imparare a notarli, serve per comunicare più efficacemente e per capire come funzioniamo noi e come funzionano le persone intorno a noi.
Come operiamo all’interno della realtà.
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La stanza della mediazione familiare [Il setting di intervento]

 

Young couple in meeting with a financial adviser at home

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La stanza della mediazione familiare [Il setting di intervento]

Il setting da utilizzare in tutte le fasi del processo di mediazione familiare è specifico per una buona accoglienza e per favorire un clima di fiducia e parità tra i partner e tra questi ed il mediatore. La stanza della mediazione è strutturata in modo da facilitare l’espressione delle emozioni e consentire una positiva gestione della conflittualità, comunicando calma e serenità.

L’organizzazione dello spazio ha una funzione importante in quanto condiziona la interazione tra gli individui.
Il luogo ideale per la mediazione deve fornire un ambiente sicuro e riservato, l’atmosfera accogliente e calda. Ambiente abbastanza grande da ospitare due aree distinte, una con poltrone o divano che costituisce una sistemazione informale per incontri iniziali, l’altra area con tavolo rotondo o ovale con delle sedie per una postazione di tipo più professionale.

In presenza di un unico mediatore nella stanza si verificherà inevitabilmente uno squilibrio fra i sessi. È utile fare presente ai partner che il mediatore familiare è abituato a considerare la situazione sia dal punto di vista maschile che femminile. Non sempre la parte che è dello stesso sesso del mediatore vede questo come un vantaggio in quanto spesso prevale il timore che il mediatore venga sedotto dall’altra parte (Cfr. L. PARKINSON, La mediazione familiare, Erickson, 2003, 145-149).

Il setting prevede accanto alla conduzione più frequente con un solo operatore alla guida del percorso di mediazione, anche modalità che coinvolgono più operatori:
la Co-Mediazione, dove sono presenti due mediatori appartenenti alla medesima area professionale;
la Mediazione Integrata, in cui al mediatore psicosociale si affianca un esperto del diritto solo in determinate occasioni o nel colloquio finale per la redazione del progetto d’intesa;
la Co-Mediazione Interdisciplinare, che prevede la compresenza ai colloqui di due mediatori, uno appartenente alla sfera psicosociale e l’altro appartenente alla sfera giuridica.
I vantaggi della Co-Mediazione Interdisciplinare consistono nel mettere a disposizione della coppia in separazione una ricca gamma di competenze specifiche e differenziate, data la compresenza dei due operatori con formazione l’uno giuridica e l’altro psicologica.
Grazie a questa modalità operativa i mediatori integrano le rispettive conoscenze.

“La Co-Mediazione Interdisciplinare è un modello di conduzione che si applica alla mediazione globale, che tratta sia le questioni educative e relazionali, sia la parte economico-patrimoniale affrontando anche gli aspetti emotivo-affettivi e simbolici legati ai beni materiali… Nell’ambito di tale collaborazione interdisciplinare la separazione coniugale può essere trattata più compiutamente come un evento che comporta molteplici aspetti: e coniugali, e genitoriali, e sociali e finanziari, tutti ascrivibili nel quadro giuridico della separazione e del divorzio. Concepita quindi come processo multidimensionale, la separazione ha l’opportunità di essere gestita con maggiore completezza affrontando congiuntamente le sue problematiche tipiche da prospettive professionali diverse, ma perseguendo un obiettivo comune all’interno del processo di mediazione” (Cfr. C.CESANA-L. PORRI, La co-mediazione interdisciplinare: diverse competenze a favore della coppia, in Dal dire al fare. Scelte operative, stili di lavoro, storie di mediazione familiare, Palermo, 21-23.5.2004, in A. CAGNAZZO (a cura di), La Mediazione Familiare, Trattati Brevi, Utet Giuridica, 2012, 106)
“Le coppie spesso esprimono preferenza per co-mediatori maschio e femmina” (Cfr. L. PARKINSON, La mediazione Familiare, Erickson, 2003,149).

Grazie da Olga Frassetti, se hai domande mandami una e.mail e ti risponderò oppure chiamami se vuoi intraprendere un percorso di mediazione familiare, i miei recapiti li trovi sul sito, www.mediazionecoaching.net, o semplicemente puoi aspettare che pubblichi un mio nuovo audio o articolo.
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La creatività in mediazione familiare [Il brainstorming]

 

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La mediazione familiare è un percorso al di fuori del sistema giudiziario, diretto a riorganizzare le relazione familiari, in vista o a seguito di separazione o divorzio. Rivolto a coppie sposate o conviventi (oppure a genitori non sposati e non conviventi), tutelando gli interessi dei figli minori coinvolti nella separazione dei genitori. È uno spazio di incontro in un ambiente neutrale, nel quale la coppia ha la possibilità di negoziare le questioni relative alla propria separazione, sia negli aspetti relazionali, sia negli aspetti economici.

I clienti in mediazione sono aiutati a riflettere sul “qui ed ora” per trovare un nuovo equilibrio ed affrontare la quotidianità in modo produttivo.

Il mediatore familiare aiuta le parti ad ampliare la loro gamma di opzioni attraverso la tecnica del brainstorming che letteralmente significa “tempesta del cervello”ed è una tecnica per lo sviluppo della creatività che consiste in una sospensione del pensiero critico e nella determinazione di un clima di accettazione per ogni tipo di proposta.

Le parti vengono aiutate ad elaborare delle idee, opzioni, per l’individuazione e soluzione dei loro problemi sulla base di semplici regole: bisogna condividere qualsiasi idea venga in mente, non importa se sembra strana; nessuna idea può essere scartata dall’altra parte in causa, nessuno può criticare una idea e spiegare perché non funziona.

Nella prima parte del processo di brainstorming l’obiettivo è di fare una lista di tutte le idee possibili, senza esprimere nessun giudizio mentre vengono annotate. Completata la lista il mediatore familiare aiuta le parti a classificare le idee come impossibili, poco probabili, probabili, molto probabili. Dopo aver scartato gli ultimi due ordini di idee le parti si concentrano sulle idee rimaste, vagliando i benefici che si potrebbero ricavare dalla loro attuazione. Quando il brainstorming non fornisce una vasta gamma di opzioni, il mediatore familiare suggerisce alcune soluzioni adottate in casi simili, e se i clienti le accettano si aggiungono queste opzioni alla lista.

Attraverso questo approccio specifico, la coppia elaborerà quanto emergerà da ogni singolo incontro e prenderà graduale coscienza che è possibile essere protagonisti della nuova soluzione senza subirla per volontà del partner, dell’avvocato, o del giudice.

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La Riformulazione in mediazione familiare

conversazioni-difficiliIl mediatore familiare al fine di far prendere consapevolezza alla coppia di quanto dice, utilizza la tecnica della riformulazione ponendo i partecipanti di fronte alla propria realtà.

 

La RIFORMULAZIONE è di tre tipi:
SPECCHIO: consiste nel ripetere ciò che l’altro dice senza aggiungere nulla di nuovo;
RIASSUNTO: consiste nel sintetizzare un racconto troppo lungo;
CHIARIFICAZIONE: serve a far chiarezza su qualcosa che è stato detto in modo confuso.

Grazie a queste tecniche il mediatore familiare capisce meglio non rispetto ai contenuti, ma rispetto agli stati emotivi della coppia. Il mediatore familiare gestisce il conflitto, gestisce le emozioni della coppia, facilita la comunicazione tra la coppia.

Questa tecnica serve a far si che quanto detto venga utilizzato dai due partner, e grazie alla condivisione di informazioni e di esperienze, sarà possibile per i partecipanti un concreto e lucido esame della realtà. L’obiettivo è quello di aiutare la coppia a crescere abbastanza ai fini di trovare in se stessa la soluzione dei problemi. L’individuo deve attingere alle proprie risorse che non sempre coincidono con quelle del mediatore. Il mediatore familiare è soggetto deputato a facilitare l’autoriflessività, fa venir fuori i bisogni della coppia, aumenta appunto nei singoli partner l’autoriflessione in modo che essi possano trovare in se stessi la risposta che meglio si adatta alla soluzione concreta. Vengono esplorati i bisogni e gli interessi specifici di ognuno, genitori e figli.

“Ripetere le cose dette da ogni persona, usando le stese parole è importante nella mediazione per varie ragioni:
1) dimostra che c’è stato un ascolto attento e la volontà di capire;
2) offre ad ognuno l’opportunità di confermare o correggere se necessario;
3) rallenta il ritmo, se la discussione è troppo veloce;
4) sebbene le parole vengano ripetute, il tono di voce del mediatore può modificare il clima;
5) la ripetizione può rinforzare fortemente un’affermazione positiva o un interesse comune;
6) un breve riassunto aiuta a fare il punto della situazione e a pianificare il prossimo passo” (Cfr. L. PARKINSON, La mediazione familiare, Edizioni Erickson, 2003-120).

Esempi di riformulazione:
“ho capito bene che…”;
“mi sembra di capire che…”;

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PNL 22° L’arte della ricorniciatura: ricontestualizzare il potere della prospettiva

51ac5fc1b5c90La rincorniciatura o reframing:
Che cosa è: è una tecnica della P.N.L. che consente di modificare il significato ultimo di una esperienza.
Il significato di ogni esperienza esistenziale dipende dalla cornice in cui la inseriamo.
Il processo, dunque, per cambiare contesto viene detto reframing. Le cose possono essere interpretate da più punti di vista.
Una esperienza che sembra negativa in un contesto è vantaggiosa in un altro.

Es. prendiamo in considerazione il suono di un passo.
Che significato ha un passo? Il suo significato cambia secondo il contesto in cui lo inseriamo. Se stiamo camminando in una strada affollata i passi sono talmente tanti che non li udiamo e in quella situazione non hanno nessun effettivo significato. Se invece sentiamo dei passi quando siamo soli di notte per la strada il significato cambia. Ad esempio se durante la notte sentite dei passi lungo le scale in base alle vostre esperienze, può essere il coniuge che rientra a casa, o la presenza di un ladro o di un estraneo.

Il significato di ogni esperienza che viviamo dipende dal contesto in cui la inseriamo e dalle nostre esperienze precedenti. Se si cambia la cornice si cambia il contesto e il significato dell’esperienza cambia immediatamente. È uno degli strumenti più efficaci del cambiamento personale, consiste proprio nell’apprendere come collocare ogni singola esperienza nella cornice migliore. Processo detto reframing cioè rincorniciatura ovvero istituzione di un nuovo contesto (Cfr. A.ROBBINS, Come ottenere il meglio da sé e dagli altri, edizione Tascabili Bompiani, 2006, 268).

In realtà possono esserci una infinità di modi per interpretare qualsiasi esperienza.
Il significato che attribuiamo alle situazioni dipendono dalla percezione che ne abbiamo.
Possiamo trasformare la nostra rappresentazione o percezione in merito a qualsiasi evento e in un istante cambiare i nostri stati d’animo. Le cose possono venir interpretate da molti punti di vista.

Si può, dunque, ricontestualizzare qualunque situazione.
Il reframing implica che si prenda un’esperienza che sembri negativa, sconvolgente indesiderabile, dimostrando come in un altro contesto la stessa esperienza sia in effetti di grande vantaggio (es. si frequenta una persona per la prima volta e dopo un po’ viene fuori un difetto per noi inaccettabile, si ricontestualizza: meno male che ho notato il comportamento la prima sera e non a relazione avviata).

La letteratura per l’infanzia è ricca di esempi di ricorniciatura o reframing. “Il brutto anatroccolo soffriva moltissimo perché diverso, ma la sua differenza era la sua bellezza da cigno adulto” (Cfr. A.ROBBINS, Come ottenere il meglio da sé e dagli altri, Tascabili Bompiani, 2006, 272)

Altri esempi:
1)Questo anno ho dovuto pagare maggiori tasse;
reframing: “ottima cosa evidentemente quest’anno hai guadagnato molto di più”.
2)Ogni qualvolta inizio ad andare alla grande sul lavoro metto in atto dei comportamenti per fallire;
reframing: “bene finalmente sei consapevole dei moduli che metti in atto e puoi cambiarli per sempre”.

Ciascuno di noi costruisce la sua realtà a partire da un insieme di percezioni, convinzioni, interpretazioni di esperienze passate, speranze e paure per il futuro.
Non c’è da stupirsi se le coppie che si separano presentano immagini incoerenti e contraddittorie della stessa situazione e dello stesso episodio. Ognuno di loro ha costruito una cornice attraverso cui percepisce e interpreta il comportamento e le affermazioni dell’altro. Nessuna cornice è giusta o sbagliata: ognuna ha la sua validità, ma finché queste coppie discutono su quale punto di vista sia quello giusto, ogni progresso verso soluzioni concordate fallirà.

Il reframing è una tecnica utilizzata in mediazione familiare.
Quando ascoltiamo, chiariamo e riassumiamo, noi mediatori dobbiamo mostrare di essere interessati, che sappiamo accettare il quadro contraddittorio che ognuna delle parti potrà presentare e che non stiamo scegliendo quale immagine preferiamo, né stiamo dando giudizi. La sfida per noi mediatori consiste nel riformulare affermazioni accusatorie circondandole di una nuova cornice, in modo da poterle vedere in una prospettiva differente.

Il reframing comporta una riformulazione di affermazioni o idee, mirata ad offrire un modo più positivo per comprenderle, senza attribuire loro un nuovo significato proprio del mediatore. Tecnica impiegata per spostare l’attenzione dell’opinione di un genitore sull’altro, alle loro preoccupazioni comuni per i figli. Il reframing richiede sensibilità e abilità, contribuirà a modificare il corso delle energie da negativo a positivo.“Il termine reframing fa riferimento alla parola “cornice” (frame) e quindi in questo caso a quell’attività propria del mediatore di “re inquadramento”” (Cfr. L. PARKINSON, La mediazione familiare, Erickson, 2003, 132).

Esempio di reframing
Litigio sugli accordi relativi agli incontri con i figli.
Marta (la madre): “Mirko è piccolo, ha soltanto un anno, è preferibile farlo stare tranquillo anziché spostarlo in qua e in là, è molto agitato quando torna dopo essere stato con il padre e la notte successiva all’incontro non dorme e piange. Non credo che queste visite gli stiano facendo bene. Sarebbe meglio interromperle per un po’”
Il mediatore: “Lei, quindi, signora si preoccupa molto di aiutare Mirko a stabilizzarsi e a sentirsi più sereno e tranquillo [la madre, Marta, annuisce] Lei vuole accrescere la stabilità e la sicurezza di Mirko.
Successivamente il mediatore si sposta sul padre (Giulio), coinvolgendolo: “Lei Signor Giulio stava dicendo, poco fa, che vorrebbe dare a Mirko il maggiore appoggio possibile, affinché capisca di non averla persa. Probabilmente Mirko ha bisogno di abituarsi gradualmente a questi cambiamenti. Forse potrebbe essere utile discutere del tipo di sicurezze di cui Mirko ha bisogno”.

Presupposto: una persona interpreta un dato evento in base ad un confronto effettuato con i propri riferimenti all’interno di un contesto; pertanto si può modificare l’interpretazione dell’evento agendo sul significato (proveniente dai riferimenti) oppure sul contesto.

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IL DISEGNO CONGIUNTO DELLA FAMIGLIA

disegno-della-famiglia-68369534IL DISEGNO CONGIUNTO DELLA FAMIGLIA

[A volte le parole non bastano e allora servono i colori, le forme, le emozioni…]

Una delle possibili tecniche per coinvolgere i figli in mediazione familiare è la tecnica del “disegno congiunto della famiglia”, è una esperienza che vede protagonisti i genitori nella comprensione di ciò che stanno esprimendo i bambini in questa difficile transizione che è appunto la separazione. Tale tecnica è utilizzata in ambito peritale.

In un incontro di mediazione familiare con tutta la famiglia, dove si propone anche ai bambini di intervenire, si chiede ai genitori ed ai figli di fare un disegno insieme di tutta la famiglia, di rappresentarsi mentre stanno facendo qualcosa.
Viene consegnato un foglio su cui ognuno disegna con un pennarello di colore diverso.
Ognuno può disegnare se stesso o gli altri come preferisce. Può disegnare in qualsiasi porzione del foglio con l’unica limitazione di tenere lo stesso pennarello per tutta la durata della prova, dunque del disegno, in modo da poter identificare attraverso i colori i disegni di ciascuno. Questa prova permette di analizzare sia il contenuto simbolico che le interazioni tra i componenti della famiglia, è prevista anche la videoregistrazione.

Mettere l’uno accanto all’altro i membri della famiglia in conflitto, anche se per mezzo di un artificio, rende possibile la coesistenza di punti di vista diversi.
Riuscire a trovare un accordo per un obiettivo specifico e per un tempo determinato è una possibilità che la famiglia in conflitto ritiene di aver perduto. Si può decidere di fare insieme lo stesso disegno o ognuno il proprio.

Molto significativo è il modo in cui il disegno si dispone nello spazio: realizzarlo nella propria porzione di foglio, andarlo a fare più vicino o più lontano da qualcuno, di estenderlo fino a sfiorare il disegno dell’altro o di intervenire sui disegni degli altri sono segnali altamente significativi.
L’incontro con i bambini è preferibile proporlo dopo la fase iniziale della mediazione, quando la fiducia nel mediatore sembra essersi rinsaldata.
Richiedere la presenza dei bambini significa parlare in modo esplicito di che cosa conoscono della separazione dei loro genitori e di che cosa sanno del tentativo dei genitori di effettuare la mediazione.

Nella preparazione dell’incontro con i bambini viene affrontato il problema di cosa dire ai bambini. È preferibile che siano i genitori a decidere cosa dire, secondo quale modalità e tenendo conto dell’età dei bambini, il mediatore aiuta i genitori in questo compito.

Le informazioni da dare ai bambini dovranno riguardare: la decisione che i genitori si separano, i motivi che hanno portato a questa decisione, verrà riportata l’opinione del papà e quella della mamma, se non sono condivise; verra spiegato ai bambini che il motivo della mediazione familiare è di farsi aiutare da un esperto per prendere decisioni che tengano conto dei bisogni di tutti i componenti della famiglia, soprattutto dei bisogni dei bambini, ma che saranno i genitori a prendersi la responsabilità delle decisioni che li riguardano.

Nell’incontro vero e proprio dopo una breve fase di ambientazione e di presentazione, si chiede ai bambini che cosa hanno capito del perché sono li e delle spiegazioni che i genitori hanno fornito loro. Se si percepisce che i bambini non sono stati bene informati, si dedica del tempo a permettere ai genitori di farlo. Dopo si passa alla somministrazione della prova.

Alla fine del disegno si procede ad un breve colloquio con i bambini e i genitori, chiedendo specificazioni su singoli aspetti del disegno e su cose che possono essere successe nell’organizzazione del lavoro.
Successivamente al disegno congiunto il mediatore familiare non analizza il disegno ma guida i genitori nella formulazione delle ipotesi

creativit-40418947(2)Fase più impegnativa della tecnica: ANALISI CONDOTTA INSIEME

Il mediatore familiare avrà avuto il tempo di analizzare il materiale e orienterà l’analisi dei genitori. I genitori ricercheranno i significati emersi.
Infine il mediatore effettuerà una sintesi evidenziando aree di rischio e di risorse per la famiglia, invitando i genitori a tenerle presenti nella fase degli accordi.
Si fissa poi un incontro ulteriore con i bambini per comunicare le decisioni prese per loro.

Anna Oliverio Ferraris ha analizzato i colori usati nel disegno, ponendo attenzione alla sfera emotiva della famiglia e distingue tra: colori caldi (rosso, giallo, arancione) che suscitano attività, eccitazione, serenità, gioia di vivere, impulsività; colori freddi (verde, blu, violetto) che esprimono invece passività, calma, inerzia, tristezza, malinconia e inducono alla riflessione. Afferma che: il colore, più della forma, è puro linguaggio emotivo che permette di evidenziare sia l’inespresso che l’inesprimibile; il colore rappresenta l’unico ponte, che permette di stabilire una comunicazione reale con i figli e li aiuta ad un ritorno all’immaginazione, al fantasticare e al creare.

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Bibliografia D. MAZZEI, Il Disegno congiunto della famiglia in La Mediazione Familiare, Raffaello Cortina Editore

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Olga Frassetti
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Quando il coachee cerca il “genio della lampada”…

genio della lampadaQuando il coachee cerca il “genio della lampada”…

Il coach è il professionista che stimola in modo decisivo il suo cliente a produrre risultati ed a portare soddisfazione e qualità nella propria vita personale e professionale attraverso lo sviluppo delle potenzialità umane. Il coachee è il cliente del coach che richiede l’aiuto professionale del coach per realizzare un suo desiderio.

È importante comprendere che un buon coach non aiuta ma stimola, lavora con il cliente…non al suo posto. Nel coaching, infatti, coach e coachee agiscono sullo stesso piano up/up, sono due partner forti che operano in piena autonomia e responsabilità.

E se ciò che vogliamo non dipende da noi…?

È fondamentale chiarire subito che il coach non è “il genio della lampada”, è il professionista che allena al cambiamento, stimola la conoscenza e l’acquisizione di nuove capacità, competenze, abilità ma non realizza obiettivi impossibili.

Tra gli obiettivi impossibili si annoverano tutti quegli obiettivi che non sono esclusivamente sotto il nostro controllo. Ad es. se il contratto che presenta il coachee è: “voglio fidanzarmi con quella ragazza”, il coach deve far comprendere al coachee che dipendendo l’obiettivo proposto anche dalla volontà dell’altro siamo di fronte ad un effetto e non ad una meta, effetto che non può essere controllato dipendendo anche da un’altra persona.

Bisogna capire che questo obiettivo prevede l’azione volontaria di un altro individuo per potersi realizzare, un altro individuo non controllabile, quindi, questo contratto non può essere accettato.

Il contratto da presentare e che il coach può accettare è: “voglio imparare a pormi differentemente”.

Esistono cose impossibili che desideriamo, e nonostante ci creino frustrazione, non riusciamo ad evitare di desiderarle.

Fra le cose impossibili rientrano la salute, la genetica, il tempo, le condizioni atmosferiche, le leggi fisiche, le persone (desiderare di controllare gli altri è un delirio in quanto l’altro è diverso da me).

Dunque, se non possiamo impedirci di desiderare possiamo però “contenere” il desiderio di realizzare una cosa impossibile.

Se impari a desiderare il possibile diventerai un gaudente” (Epicuro).

Le cose possibili possono essere a loro volta probabili o improbabili.

Se ci poniamo l’obiettivo di realizzare qualcosa che è possibile, non vuol dire che quel qualcosa si realizzi sicuramente o del tutto.

Nash dice: “se inizi un’azione sarai più gratificato se, indipendentemente dall’esito dell’azione, sarai soddisfatto nel compiere l’azione stessa”.

Noi possiamo fare del nostro meglio e fare in modo che le nostre azioni siano mirate al raggiungimento dell’obiettivo, ma il risultato di quelle azioni è per alcuni aspetti fuori dal nostro controllo.

Dunque, quello che chiamiamo obiettivo è costituito da due parti: ciò che cade “maggiormente” sotto il nostro controllo e ciò che cade “minormente” sotto il nostro controllo.

Meta (ciò che cade maggiormente sotto il nostro controllo).

Effetto (ciò che cade minormente sotto il nostro controllo).

Il coach lavora sulle mete e non sugli effetti.

Il cliente di solito si identifica con gli effetti e, così facendo, in realtà cerca il “Genio della lampada”, qualcuno che lo aiuti a realizzare magicamente i suoi desideri.

A seconda delle probabilità con cui si possono realizzare gli effetti, essi si divideranno in:

ipotesi ottimistica (se l’effetto si realizza completamente secondo i miei desideri);

ipotesi mediana (se l’effetto si realizza parzialmente);

ipotesi pessimistica (se l’effetto non si realizza come io desidero).

È pessimistico secondo il nostro desiderio ma non è detto che lo sia in assoluto.

Dunque, dobbiamo capire che l’obiettivo è formato da materia possibile e impossibile ed imparare a distinguere all’interno dell’obiettivo la meta dall’effetto.

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LE CONVINZIONI CHE CI FANNO STARE MALE

preoccupazioni (1)LE CONVINZIONI CHE CI FANNO STARE MALE- LA RET IN MEDIAZIONE FAMILIARE

Albert Ellis, psicologo americano è l’ideatore della Terapia razionale-emotiva, una forma di psicoterapia ad orientamento cognitivista che nasce negli anni ’50, il cui principio fondamentale è che i processi cognitivi (pensieri, idee, convinzioni, ecc.) influenzano in maniera determinante le nostre emozioni.

Perché la conoscenza della RET può essere di aiuto al mediatore familiare?
È utile in quanto permette al mediatore di individuare se i clienti che ha davanti sono adulti nevrotici, estremamente perturbati ed individui psicotici.
I comportamenti che reggono il conflitto tra i coniugi sono spesso determinati da convinzioni illogiche che i partner hanno sviluppato su se stessi, su gli altri, sul mondo e rendono difficile la risoluzione del conflitto stesso.

La conoscenza della RET permette, dunque, al mediatore familiare di individuare se il conflitto tra i coniugi è retto da convinzioni irrazionali, sulle quali egli non può intervenire, e di effettuare l’invio ad altro professionista quando il caso eccede la sua competenza.
È utile, quindi, per un percorso di mediazione familiare etico.
Il mediatore familiare si inserisce in un continuum evitando sconfinamenti professionali in ambiti che non sono di sua competenza.

La RET chiama convinzioni, i pensieri, punti di vista, opinioni, valori, significati, disposizioni, idee, aspettative e filosofie.

Le convinzioni razionali sono pensieri che aiutano a sentirsi bene e a comportarsi in modo efficace, che permettono di ottenere più ciò che si vuole e subire meno ciò che non si vuole.

Le convinzioni irrazionali sono pensieri che inducono a sentirsi a disagio e a comportarsi in modo non efficace.

jpg CONVINZIONI IRRAZIONALI copiaEllis chiama questi errori cognitivi “idee irrazionali”, e propone un elenco delle più diffuse:

  1. Devo essere amato e approvato da tutte le persone che mi circondano;
  2. Devo dimostrarmi sempre competente e capace in tutto ciò che faccio;
  3.  Coloro che si comportano in maniera ingiusta o immorale dovrebbero essere severamente puniti;
  4.  È orribile e catastrofico quando le cose non vanno come si desidera che vadano;
  5. L’infelicità umana dipende da cause esterne e noi non possiamo farci nulla;
  6. Se può succedere qualcosa di pericoloso o dannoso, bisogna preoccuparsene e pensare continuamente alla possibilità che accada;
  7. È meglio evitare le difficoltà e le responsabilità che affrontarle;
  8. Devo avere sempre qualcuno o qualcosa di più forte e potente a cui poter fare affidamento;
  9. Ciò che in passato ha influenzato fortemente la nostra vita, continuerà a farlo per sempre;
  10. Dobbiamo sconvolgerci terribilmente per i problemi ed i disturbi degli altri;
  11. Ogni problema ha la sua soluzione ideale, e se non la si trova le conseguenze sono catastrofiche.

Le idee irrazionali determinano nel tempo i disagi emotivi di molte persone.

Cosa si propone la RET? Si propone di cambiare le convinzioni irrazionali in convinzioni razionali e funzionali che consentono di rapportarsi in maniera più adeguata con noi stessi, gli altri ed il mondo.
La convinzione è razionale quando il ragionamento è corretto e funzionale.

Copia di hqdefaultCONVINZIONI RAZIONALI

1. È impossibile essere amato da tutti: per un essere umano adulto non è possibile piacere a tutti (bisogno di essere approvato) perché non dipende da noi; il 33% ci considererà antipatici, al 33% piaceremo, al 33% saremo indifferenti.
2. È impossibile essere competenti in tutto ed essere i migliori;
3. Ci sono persone che non si rendono conto di mettere in atto un comportamento cattivo, distinguere tra essere cattivo e comportamento cattivo;
4. È impossibile che le cose vadano come io voglio;
5. Assumersi la responsabilità di ciò che ci accade;
6. È preferibile occuparsi anziché preoccuparsi, mi preoccupo della cosa se ho il potere di agire, ma non, se non dipende da me;
7. Evitare le difficoltà e più faticoso che affrontarle, più si evita di fare una determinata cosa e più diventa difficile farla;
8. Il dipendere da qualcuno più forte determina la mancanza di autonomia;
9. Perché ho avuto una esperienza negativa non è detto che influirà su tutta la mia vita sempre;
10. Gli altri hanno le mie stesse capacità nel risolvere i problemi;
11. Non esiste una soluzione perfetta, un uomo perfetto, una amica perfetta, una casa perfetta, un vestito perfetto.

Bibliografia Ragione ed emozione in psicoterapia
Autore Albert Ellis
Curatore C. De Silvestri
Editore Astrolabio Ubaldini, 1989
A. ELLIS, L’Autoterapia Razionale Emotiva, Erickson, 1993

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LA FORMAZIONE DEL MEDIATORE FAMILIARE

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LA FORMAZIONE DEL MEDIATORE FAMILIARE

Ho deciso di affrontare il tema della formazione del mediatore familiare, poiché ho notato che non è chiaro per molti se è necessario o meno frequentare un Corso di formazione per diventare mediatore familiare, quante sono le ore di formazione richieste, se è necessario superare un esame; se la professione di Mediatore Familiare è una professione Riconosciuta o Regolamentata e cosa vuol dire professione riconosciuta e professione regolamentata.

In questo articolo mi propongo di fare un po’ di chiarezza.

Attualmente non esiste in Italia una norma giuridica che disciplina la figura del mediatore familiare, come in altri Paesi Europei. Si tratta di una professione riconosciuta ma non regolamentata, non regolamentata significa che non esiste un organo istituzionale vigilante (come un albo e/o un Ordine Professionale dei Mediatori Familiari), il Legislatore non ha regolamentato questa professione, non sono stati formulati normativamente dei requisiti minimi per poterla esercitare.

[Accanto alle professioni “ordinistiche” (o “protette”) si sono sviluppate, anche nel nostro Paese e con intensità crescente nel corso degli ultimi anni, numerose professioni che nella quasi totalità dei casi hanno dato vita ad autonome associazioni professionali rappresentative di tipo privatistico. Si tratta delle cosiddette professioni non regolamentate o “non protette”, diffuse in particolare nel settore dei servizi, che non necessitano di alcuna iscrizione ad un ordine o ad collegio professionale per poter essere esercitate.

Lo statuto delle professioni non regolamentate entra in vigore il 10 febbraio 2013. E' stata infatti pubblicata in Gazzetta Ufficiale 26 gennaio 2013, n. 22 la Legge 14 gennaio 2013, n. 4. Le nuove norme definiscono "professione non organizzata in ordini o collegi" l'attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell'articolo 2229 del Codice civile, e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative. Si introduce il principio del libero esercizio della professione fondato sull’autonomia, sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica del professionista. Si consente inoltre al professionista di scegliere la forma in cui esercitare la propria professione riconoscendo l’esercizio di questa sia in forma individuale, che associata o societaria o nella forma di lavoro dipendente.

I professionisti possono costituire associazioni professionali (con natura privatistica, fondate su base volontaria e senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva) con il fine di valorizzare le competenze degli associati, diffondere tra essi il rispetto di regole deontologiche, favorendo la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza. Le associazioni possono costituire forme aggregative che rappresentano le associazioni aderenti, agiscono in piena indipendenza ed imparzialità e sono soggetti autonomi rispetto alle associazioni professionali che le compongono, con funzioni di promozione e qualificazione delle attività professionali che rappresentano, nonché di divulgazione delle informazioni e delle conoscenze ad esse connesse e di rappresentanza delle istanze comuni nelle sedi politiche e istituzionali (Altalex, 28 gennaio 2013 www.altalex.com).

Si introduce per legge un sistema duale delle professioni composto da ordini ed associazioni. La legge affida alle libere associazioni professionali, organizzazioni a carattere privatistico ed adesione volontaria, senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva, il compito di valorizzare le competenze dei professionisti ad esse iscritte, attraverso il rilascio di un attestazione di qualificazione professionale che agevola la scelta e la tutela del cittadino/utente.]

Gli operatori che esercitano la professione di mediatore familiare sono attualmente professionisti che si occupano non esclusivamente di mediazione familiare.
“Ad oggi la maggior parte dei professionisti impegnati in questa attività continua a far riferimento alle principali associazioni di categoria, le quali, hanno provveduto a disciplinare autonomamente gli standard formativi richiesti a quanti vogliono associarsi e ad acquisire come base, al di là delle differenze di modelli e di organizzazione interna, le regole stabilite dal Forum europeo della mediazione familiare e più in generale della Raccomandazione europea” (Cfr. G. MENICUCCI, La formazione del mediatore familiare, in A. CAGNAZZO (a cura di), La Mediazione Familiare, Trattati Brevi, Utet Giuridica, 2012, 206-207).

Gli standard di base richiesti nel documento del Forum Europeo per la formazione professionale dei mediatori familiari distinguono tre livelli: sensibilizzazione, formazione, supervisione. Le attività di sensibilizzazione non consentono un accesso alla pratica della mediazione. La possibilità di esercitare la professione richiede un minimo di 180 ore di formazione, con aggiornamento continuo. Formazione che mira a fornire un approccio interdisciplinare per raggiungere uno standard professionale elevato.
Conoscenze di base in psicologia, sociologia, diritto di famiglia, gestione del conflitto, comprensione dei ruoli degli altri professionisti che lavorano nel campo della separazione.

I metodi per formare i mediatori familiari: insegnamento formale, giochi di ruolo, discussione e analisi dei casi, video e compiti scritti.

Copia di image_galleryI requisiti formativi richiesti dalle associazioni di mediatori familiari presenti sul territorio nazionale per poter accedere alle stesse sono i seguenti:

l’A.I.Me.F., Associazione Italiana Mediatori Familiari, richiede come requisito d’iscrizione di aver superato l’esame finale di un corso di formazione professionale per mediatori familiari accreditato dall’A.I.Me.F. della durata minima di 220 ore (di cui 120 sulla mediazione familiare, 60 sulle materie complementari e 40 di pratica professionale super visionata).
L’A.I.Me.F. senza innalzare barriere discriminatorie accetta nell’ambito dell’Associazione anche mediatori familiari seri, qualificati e competenti, che hanno conseguito il titolo presso centri di formazione non accreditati dall’A.I.Me.F. ma validi, dopo aver accertato previo esame le competenze dichiarate. L’A.I.Me.F è nata nel 1999 e raggruppa mediatori familiari in attività, competenti e con una specifica formazione successiva alla laurea in scienze sociali o del diritto oppure ad una lunga esperienza nell’ambito dell’assistenza alle coppie in crisi e alla famiglia. Non si presenta come una scuola di pensiero o il portavoce di un particolare modello di mediazione, ma li contiene tutti purché rispettosi di un comune codice deontologico specifico, il quale è parte integrante dello Statuto associativo A.I.Me.F. www.aimef.it.

La Società Italiana di Mediazione Familiare (Simef) costituita il 25.5.1995, www.simef.it, richiede che la formazione alla mediazione familiare deve avere durata almeno biennale. Il totale complessivo di ore minimo è fissato in 240, delle quali: 180 di formazione di base, almeno 40 di supervisione dell’attività di mediazione dell’allievo, almeno 20 di moduli differenziati in ragione delle caratteristiche dei partecipanti e delle loro esperienze formative pregresse, almeno il 70% delle 180 ore di base deve essere dedicato alla pratica della mediazione familiare.

L’Associazione Italiana Mediatori Sistemici (A.I.M.S.), www.mediazionesistemica.it, fondata nell’aprile del 1995, richiede corsi biennali, di 240 ore complessive, suddivise in: training specifico (160 ore) giornate seminariali e congresso biennale organizzato dall’A.I.M.S. (80 ore). A termine del biennio viene rilasciato un attestato di partecipazione al corso di formazione in mediazione familiare sistemica o comunitaria sociale. È inoltre previsto che ciascun allievo segua in supervisione tre processi di mediazione, per un totale di 15 ore. Al termine della supervisione, previo superamento della prova di esame finale con discussione sui casi di mediazione familiare seguiti in supervisione, una commissione dell’A.I.M.S. a carattere nazionale rilascia un diploma che attesta la qualifica di mediatore familiare sistemico o mediatore comunitario e sociale, che consente l’iscrizione all’A.I.M.S. come socio ordinario.

L’A.na.Me.F., Associazione nazionale avvocati mediatori familiari, nata a Roma nel 2006, raccoglie avvocati mediatori familiari. Il proprio codice deontologico in tema di formazione dispone che “l’avvocato che intenda condurre una mediazione familiare come mediatore deve aver maturato- presso enti, istituti e associazioni di acclarata competenza- crediti formativi per almeno 180 ore e aver svolto un percorso di supervisione. Il mantenimento dell’iscrizione all’associazione è subordinato per i mediatori familiari ad una formazione permanente di almeno 10 crediti/ore annue” (Cfr. G. MENICUCCI, Il mediatore familiare: quale regolamentazione, in A. CAGNAZZO (a cura di), La Mediazione Familiare, Trattati Brevi, Utet Giuridica, 2012, 206-207-208).

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A presto!

Avv.Olga Frassetti

Mediatore Familiare A.I.Me.F.

Consigliere A.I.Me.F. Calabria

© Riproduzione riservata

Che importanza ha l’uso del linguaggio in mediazione familiare?

linguaggio3Che importanza ha l’uso del linguaggio in mediazione familiare?

L’abilità di comunicazione in mediazione è fondamentale. “Per i mediatori interessati a sviluppare le loro abilità di comunicazione, sarà molto utile studiare e conoscere la programmazione neurolinguistica -PNL- (vedi ad esempio O’ Connor e Seymour,1990) se non lo hanno già fatto. Ci sono molti punti in comune fra PNL e mediazione e molte delle tecniche a cui fare riferimento vengono utilizzate nella PNL. Il suo meta-modello consiste in una serie di domande mirate a chiarire significati, integrare omissioni e cercare informazioni più specifiche. I professionisti prestano molta attenzione a non tirare conclusioni affrettate o presumere cosa voglia dire un’altra persona, ma a collegare il linguaggio con l’esperienza, muovendo da convinzioni e generalizzazioni di istanze specifiche, che chiariscono percezioni e reazioni. Invece di utilizzare scorciatoie (“Io so cosa vuole”), un professionista chiede, valuta le risposte, riafferma, riassume, riformula (Cfr. L. PARKINSON, La mediazione familiare, Edizioni Erickson, 2003, 136).

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